Home arrow Rivista arrow Tempi post moderni arrow Un nuovo '29? giovedì 09 settembre 2010
Login
Menu principale
Home
Forum
Chat
News
Rivista
Info esami
Documenti esami
FAQ
Links
Contatti
Disclaimer
Dal 2002
3862 registrati
Ultimo: vanni87
Ultimi post del forum
Ultimi appunti inseriti
Un nuovo '29? PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 4
ScarsoOttimo 
Scritto da Blue Steel   
martedì 17 febbraio 2009

Secondo i dati forniti dallo Stato di New York, nel 2008 le grandi banche d’affari di Wall Street hanno versato ai propri manager bonus per 18,4 miliardi di dollari; si tratta del sesto importo più alto di tutti i tempi. Sempre nel 2008, l’indice Dow Jones ha perso il 34,9% e la Borsa americana ha bruciato oltre 7.000 miliardi di capitalizzazione.

[Continua dopo il salto]

 

Il neopresidente Barack Obama ha definito “vergognosi” questi bonus, in un momento in cui gli Stati Uniti si trovano ad affrontare la crisi economica più grave del dopoguerra, con un prodotto interno lordo in calo del 6,2% nel quarto trimestre del 2008, una disoccupazione crescente e un crollo dei consumi allarmante. La cifra elargita appare ancora più inaccettabile se si pensa che la crisi economica che l’America e il resto del mondo stanno attraversando è partita proprio da Wall Street, dove una finanza senza regole ha trasformato lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti in una crisi economica che ha investito tutti i settori produttivi e che ha destabilizzato buona parte del sistema bancario mondiale.

Le responsabilità della crisi non sono ovviamente da attribuirsi esclusivamente al mondo finanziario: la scintilla che ha acceso il fuoco che ora sta incenerendo miliardi di dollari e milioni di posti di lavoro in tutto il mondo è stata una decisione politica. Non molti sanno che, durante il suo primo mandato, George W. Bush fece approvare dal Congresso un programma di aiuti federali per l’acquisto della prima casa da parte di persone appartenenti agli strati economicamente più svantaggiati della popolazione e a minoranze etniche. I finanziamenti federali servivano come contributo per l’anticipo del mutuo, che veniva erogato, con criteri di selezione molto blandi, da due istituti a partecipazione pubblica: Fannie Mae e Freddie Mac. I mutui subprime vennero poi cartolarizzati (cioè trasformati in titoli obbligazionari) e messi sul mercato dalle grandi banche d’affari statunitensi; in riferimento a questi titoli vennero infine creati una serie di strumenti derivati (ossia titoli il cui valore è basato sul valore di mercato dei mutui cartolarizzati). I mutui erogati erano principalmente a tasso variabile (ossia legato al costo del denaro); nel momento in cui, a causa di un’economia e di un’inflazione in crescita, la Fed decise di alzare i tassi d’interesse le rate dei mutui aumentarono e molte persone non riuscirono più a farvi fronte; questo provocò un crollo del valore delle cartolarizzazioni, il fallimento di molti istituti specializzati in mutui subprime e la nazionalizzazione dei due colossi, Fannie Mae e Freddie Mac. Le banche e le assicurazioni che avevano investito in prodotti derivati legati ai mutui hanno dovuto svalutare i propri asset e si è creata una mancanza di fiducia generalizzata poiché nessuno è più in grado di valutare quanto un istituto di credito sia esposto. Risultato: le banche hanno smesso di prestarsi i soldi tra loro e questo, contestualmente alla svalutazione degli asset che ha portato ad una generale mancanza di liquidità, ha fatto sì che la crisi si trasferisse anche all’economia reale, fortemente dipendente dal credito bancario.

 


 

Viste le premesse, la continua iniezione di liquidità da parte delle Banche centrali al fine di ridare slancio all’economia appare una soluzione sterile poiché, come qualsiasi soggetto economico (famiglie, imprese ecc.), anche le banche, in un periodo di recessione, sono meno propense a concedere credito, e questo ha come conseguenza che il denaro concesso agli istituti di credito non entri in circolo.

Anche l’idea di una “bad bank” che acquisti i prodotti “tossici” per toglierli dai bilanci delle altre banche e ridare fiducia appare impraticabile poiché difficilmente l’opinione pubblica accetterebbe di veder scaricati sulle spalle dei contribuenti i costi degli errori altrui. Anche se in molti Paesi la pratica di socializzare le perdite e privatizzare gli utili riscuote un certo successo tra le élite dirigenti (emblematici i casi di Alitalia e Bear Stearns) la quantità di carta potenzialmente straccia da accollarsi in questo caso sarebbe enorme: i derivati sui crediti, in gran parte Credit Default Swap (una sorta di strumento di assicurazione contro i rischi legati alla possibilità di fallimento del debitore), sono quantificabili in circa 55 trilioni di dollari (il Pil mondiale è di 54 trilioni di dollari) e, di questi, una percentuale rilevante (circa l’8%) è collegata ai mutui subprime; si tratterebbe di una cifra insostenibile per i bilanci di molti Stati.

La soluzione probabilmente più saggia sarebbe la nazionalizzazione temporanea delle banche (come avvenuto ad esempio in Svezia nel 1992), al fine di assicurare un flusso di credito continuo verso le imprese, e la garanzia statale sugli asset degli istituti. Va detto che in alcuni Paesi, come ad esempio l’Italia, questa soluzione potrebbe non essere praticabile su larga scala a causa dei vincoli di bilancio che influiscono inevitabilmente sulle risorse a disposizione per fronteggiare la crisi.

Mai nella Storia l’indebitamento, sia pubblico che privato, aveva raggiunto i livelli attuali; questo pone seri dubbi sulle capacità dei singoli Stati di affrontare la crisi attraverso strumenti e politiche ad hoc, come la cantierizzazione di opere pubbliche, gli ammortizzatori sociali, gli investimenti in R&S eccetera. L’Italia, con un debito pubblico pari a oltre 1.600 miliardi di euro, non può essere sicuramente considerato un Paese virtuoso, ma ancora più grave è la situazione degli Stati Uniti (la prima economia del mondo) che, a fronte di un debito pubblico che, a causa dei piani di salvataggio dell’economia e delle banche, supererà quest’anno il 100% del Pil, presenta un debito privato (settore finanziario, credito al consumo, mutui ecc.) di oltre 25.000 miliardi di dollari, ossia quasi due volte la ricchezza prodotta ogni anno dagli USA; spettatore preoccupato ovviamente la Cina, che oltre ad essere il maggior detentore mondiale di titoli di Stato a stelle e strisce, non presenta un mercato interno sufficientemente sviluppato che possa sostituirsi, almeno in parte, a quello americano.

 E’ fondamentale arrestare la recessione prima che questa causi l’esplosione di un’altra crisi, dopo quelle legate ai mutui subprime e ai derivati: mi riferisco alla crisi del credito al consumo che sarebbe potenzialmente molto più grave di quelle attuali; questo perché i beni acquistati attraverso questa tipologia di finanziamento sono fortemente deperibili e, in caso di insolvenza del debitore, il credito concesso diventa in gran parte irrecuperabile. Per scongiurare questo scenario è necessario invertire innanzitutto la tendenza che negli ultimi anni ha visto i salari crescere, in termini percentuali, meno dei profitti perché la crescita economica del mondo dipende in gran parte dalle capacità di consumo dei cittadini, soprattutto occidentali.

Questo articolo ha voluto presentare una panoramica della crisi economica mondiale da un punto di vista macroeconomico. Tuttavia le conseguenze di questa crisi si fanno sentire in maniera drammatica anche e soprattutto sui cittadini. Le persone che non riescono più a pagare il mutuo, che hanno perso il lavoro, che hanno visto fallire l’impresa costruita con passione e sacrifici, gli anziani a cui non basta più la pensione per condurre una vita dignitosa, coloro che hanno visto svanire i risparmi di una vita perché la banca a cui li avevano affidati li ha investiti in titoli collegati, ad esempio, a Lehman Brothers. Tutte queste persone sono le vere vittime di questa crisi; una crisi che deve essere risolta in fretta ed efficacemente per evitare che si ripercuota sul benessere delle future generazioni, una crisi che deve essere di esempio per non commettere più gli stessi errori in futuro, una crisi che deve essere ricordata come la dimostrazione che un modello di sviluppo basato sul debito non è sostenibile.

Concludo questo articolo citando un estratto da un’inchiesta di Riccardo Bocca apparsa su L’Espresso di qualche settimana fa:

“Ma la storia più dolorosa si incontra a Torino, in una palazzina dignitosa poco lontana dal centro. A raccontare il tunnel dei debiti, questa mattina, è una giovane coppia disoccupata. Mesi fa, quando ancora lui lavorava in un’azienda tessile, ha chiesto un prestito di 10 mila euro. “Per ristrutturare l'appartamento”, lo giustifica la ragazza. Ma non è questo il punto. Mentre parla, la donna ha in braccio un bambino di due anni con la febbre alta, che piange e tossisce senza interruzione. Il recuperatore cerca di svolgere il suo lavoro, fa moltiplicazioni con la calcolatrice e ipotizza tempi di rientro. Ma alla fine si preoccupa per il bambino: “Lo avete portato da un dottore?”, chiede. “No”, risponde la madre. “Abbiamo troppa paura che ce lo tolgano, se scoprono quanto siamo poveri...”.”

Wall Street ha versato ai propri manager bonus per 18,4 miliardi di dollari…

 

 

Readers have left 2 comments.
 1. Untitled
maia, Manager
La foto di Madagascar era d'obbligo....eheheh!
 Posted 2009-02-24 12:25:39
 2. Untitled
Blue Steel, Manager
Ahahah...chiunque abbia scattato quella foto è un genio!!!
 Posted 2009-04-23 18:44:39
Please login or register to post comments.
J! Reactions 1.09.00 • General Site License
Copyright © 2006 S. A. DeCaro
Ultimo aggiornamento ( giovedì 23 aprile 2009 )
 
Pros. >
Il portale degli studenti di Comunicazione e Società Comunicazione Politica e Sociale  - Classe14